L’astrobiologia è un settore scientifico estremamente multidisciplinare, che richiede competenze in moltissimi campi: oltre a biologia e astronomia, anche chimica, biochimica, geologia, paleontologia, genetica e si potrebbe continuare, quindi è un settore scientifico molto complesso e che secondo la definizione comunemente adottata studia l’origine, l’evoluzione e la distribuzione della vita nell’universo.
È una scienza tuttavia relativamente giovane, infatti il termine astrobiologia è stato coniato nel 1955 dall’astronomo Otto Struve.
Ma le basi che hanno dato l’input a questa nuova scienza vanno ricercate nel XIX secolo dove la comprensione dei meccanismi che regolano l’evoluzione della vita sulla terra si sono avuti con la pubblicazione nel 1859 del libro “L’origine delle specie” di Charles Darwin. Con l’avanzare di queste nuove conoscenze, è stato possibile ipotizzare l’esistenza di forme di vita anche al di fuori del nostro pianeta. Bisogna dare quindi merito a Darwin che per quanto l’evoluzione biologica non spieghi l’origine della vita, ha tuttavia fornito la ragione scientifica che ha acceso la scintilla sperimentale.
Quindi
secondo lo scienziato, in ciascuna specie, i vari soggetti subiscono mutazioni
genetiche naturali e casuali che in qualche modo ne diversificano le
caratteristiche. Se poi sopraggiunge un cambiamento climatico oppure una
particolare necessità che richiede certe caratteristiche fisiche, subentra una
selezione naturale che determina la sopravvivenza dei più adatti e l’estinzione
di quelli che invece non hanno caratteristiche idonee a quella variazione. In
pratica una mutazione casuale può diventare una caratteristica stabile e
dominante di una specie.
Ma facciamo l’esempio delle giraffe: secondo la teoria Darwiniana inizialmente sarebbero nate giraffe con colli di diversa lunghezza. Ma quelle con il collo più lungo avevano un facile accesso alle foglie degli alberi alti e quindi erano avvantaggiate, inoltre il collo delle giraffe viene normalmente usato anche nei combattimenti per il corteggiamento e un collo più lungo è ovviamente più potente, così gradualmente il carattere del collo corto non è stato trasmesso, mentre le giraffe nate con un collo lungo riuscendo ad alimentarsi e a riprodursi più facilmente hanno potuto trasmettere questa peculiarità trasformandola in una caratteristica dominante. Ovviamente queste considerazioni si possono estendere a tutti gli esseri viventi compreso l’Homo Sapiens.
Se provassimo a ricostruire il nostro albero
genealogico potremmo arrivare ai bisnonni forse ai trisavoli, un’ulteriore
ricerca risulterebbe particolarmente complicata. Ebbene secondo gli scienziati
se però avessimo i dati per continuare, e potessimo andare indietro per circa
250.000 generazioni arriveremmo ai nostri antenati comuni con i primi ominidi e
andando oltre avremmo lo stesso nonno del resto degli animali e delle piante,
fino ad essere inclusi nello stesso albero genealogico di tutti gli esseri
viventi: il famoso Tree of Life cioè l’albero della vita. L’acronimo LUCA sta
per Last Universal Common Ancestor cioè l’ultimo antenato comune universale di
tutti gli esseri viventi della Terra. Sicuramente il LUCA avrà avuto degli
antenati che probabilmente hanno dato vita anche ad altre linee di discendenti
che però si sono poi estinte secondo i meccanismi enunciati da Darwin. Anche se Darwin nel suo famoso libro in
realtà non affronta l’origine della vita, ma parla in particolare di evoluzione
e selezione naturale, nell’ultimo paragrafo in realtà scrive: “…c’è del
grandioso nella concezione secondo la quale la vita con le sue differenti
forze, sia stata infusa dal creatore in un esiguo numero di forme o in una
sola, e che mentre questo pianeta continua a girare seguendo la costante legge
gravitazionale, si siano sviluppate, e si continuino a sviluppare, a partire da
un principio così semplice, un’infinità di forme belle e portentose.” Quindi in
realtà Darwin con molta precauzione afferma un anticipo del LUCA.
Quindi anche lo scienziato aveva in qualche
modo intuito l’albero della vita dove le varietà degli esseri viventi che
popolano o che hanno popolato la terra è impressionante, ma in ognuno di loro
sono presenti dei denominatori comuni che in principio erano sicuramente
presenti nel LUCA. Infatti funzioniamo tutti a partire dal lavoro di alcune
proteine chiamate enzimi che catalizzano delle reazioni biochimiche che
costituiscono quello che noi chiamiamo metabolismo e questi enzimi vengono
costruiti inizialmente solo con 20 amminoacidi che si uniscono poi fra loro in
un determinato ordine a formare dei polimeri, cioè delle lunghe catene, che
sono alla base della formazione del famosissimo acido deossiribonucleico cioè
il DNA.
Prima del 1977 gli esseri viventi venivano
suddivisi in due gruppi principali: i Procarioti, che sarebbero cellule senza
nucleo e che rappresentano i batteri; e gli Eucarioti che invece hanno un
nucleo cellulare ben distinto e che possono essere anch’essi unicellulari come
ad esempio i protozoi oppure pluricellulari come le piante e gli animali, ma
nel 1977 due microbiologi statunitensi Carl Woese e George Fox sorpresero il
mondo con un albero di tutti gli esseri viventi molto innovativo che conteneva
un nuovo dominio di organismi che chiamarono Archeobatteri. La scoperta di
questo nuovo dominio fu possibile grazie a nuove tecniche di microbiologia che
permisero di confrontare le sequenze genetiche di diversi organismi
classificandoli sulla base del loro grado di parentela genetica, anziché sulle
loro somiglianze morfologiche, è stato quindi individuato questo nuovo gruppo:
gli Archei che sono microrganismi unicellulari ma sono estremofili cioè che
vivono in ambienti fisici estremi, per esempio molto acidi, molto salini o
anche molto caldi.
Questi organismi come vedremo più avanti sono
molto importanti per l’Astrobiologia. Anche se ovviamente restano molte
incertezze la storia della vita è abbastanza conosciuta, quello che non
sappiamo è il passaggio dalla terra primordiale senza vita fino all’ultimo
antenato comune: il LUCA. L’unico strumento a disposizione dei ricercatori per
dare delle risposte è il ritrovamento di fossili organici. La chimica biologica
utilizza l’isotopo 12 del Carbonio, ma non utilizza il 13C, ne consegue che il
materiale organico proveniente da organismi viventi tende ad aumentare il
rapporto 12C/13C rispetto al valore dell’ambiente. Questo fatto è estremamente
importante in astrobiologia perché ci offre un metodo indiretto per rivelare la
presenza di una attività biologica, partendo dalla misura del rapporto
isotopico del carbonio di un campione di materiale.
Anche il rapporto isotopico dello zolfo
(32S/34S) può essere usato per cercare tracce di processi biologici ovviamente
mediante il confronto con un valore standard di riferimento non biologico. Con
questo metodo sono stati individuati fossili molto antichi. Attualmente i
fossili più antichi si trovano a Isua in Groenlandia e sono datati 3,7 miliardi
di anni, sono Stromatoliti cioè strutture sedimentarie prodotte da
microrganismi soprattutto Cianobatteri e la loro scoperta è stata possibile per
la fusione di un ghiacciaio che ha esposto una formazione rocciosa considerata
la più antica del mondo.
Gli studiosi ipotizzano che la vita sulla
terra sia iniziata circa 3,8 miliardi di anni fa, e questa data coincide
curiosamente con un evento molto
particolare: una pioggia meteoritica molto intensa denominata il grande
bombardamento tardivo indicata con l’acronimo LHB e si ritiene che l’enorme
craterizzazione che possiamo ancora oggi vedere sulla luna e genericamente sui
corpi rocciosi del nostro sistema solare, dipendano da questo episodio che si
ipotizza sia dovuto alla migrazione planetaria di Giove e Saturno che avrebbe
modificato le orbite di Urano e Nettuno invertendole, a quel tempo Nettuno era
prima di Urano, questa inversione destabilizzò la fascia di Kuiper e un’enorme
quantità di asteroidi e meteoroidi si diressero verso il sistema solare
interno, trasportando sicuramente anche del materiale prebiotico, da non
confondere con la Panspermia teoria ipotizzata principalmente da Fred Hoyle che
afferma che microrganismi biologici siano arrivati direttamente dallo spazio in
quanto secondo lui: la terra dalla sua formazione alla datazione dei più
antichi fossili biologici ritrovati, non avrebbe avuto il tempo necessario per
originare la vita.
A sostegno di questa teoria nel 1984 fu
trovata una meteorite marziana molto particolare: ALH84001. La fama di questa
meteorite è dovuta al fatto che un’analisi al microscopio elettronico mise in
evidenza delle strutture che sembravano resti fossilizzati simili a batteri.
L’ipotesi di un’origine biologica non è però supportata dalle piccole
dimensioni di queste strutture che sono comprese tra i 20 e i 100 nm invece in
base alle nostre attuali conoscenze, il limite minimo delle dimensioni che una
forma vivente deve possedere per poter sviluppare un metabolismo è di 200 nm,
comunque c’è ancora un ampio dibattito scientifico sull’origine di queste
strutture. Lo scetticismo degli scienziati sulla panspermia comunque è motivato
anche dal fatto che non è mai più stato ritrovato, all’interno di meteoriti
scoperte sulla terra, del materiale che assomigliasse a microrganismi fossili
ne tantomeno a microorganismi ancora attivi, mentre tornando al materiale
prebiotico caduto sulla terra, capita ancora oggi di trovarlo in alcuni tipi di
meteoriti.
Dopo Darwin fu necessario aspettare gli anni
venti del secolo scorso perché nuovi scienziati affrontassero il problema
dell’origine della vita, tra questi, maggiore rilevanza fu data all’idea del
biochimico russo Aleksandr Ivánovich Opàrin, che ipotizzò il concetto di
evoluzione chimica: secondo lo scienziato nei mari primordiali si sarebbe
generato un brodo capace di dar vita ad alcune cellule semplici da cui
deriverebbero tutti gli esseri viventi. Per molti anni tuttavia non ci furono
ulteriori progressi su questa teoria fino a quando il libro di Opàrin fu letto
dal chimico statunitense Harold Urey premio Nobel per la chimica.
Nell’ottobre del 1951 Urey tenne
all’università di Chicago un seminario sull’origine del Sistema Solare, durante
il quale suggerì alcuni esperimenti per creare composti organici a partire
dalle componenti delle atmosfere primordiali. Un giovane studente in Chimica,
Stanley Miller ne rimase molto impressionato e nel settembre del 1952 si
presentò nell’ufficio di Urey proponendogli come tema per la sua tesi di
dottorato, di realizzare quegli esperimenti suggeriti durante il seminario.
Urey accettò, ma con la clausola che se in sei mesi non ci fossero stati
risultati avrebbero rinunciato e cambiato il tema della tesi. Costruirono un
circuito di vetro sotto vuoto dove inserirono dell’acqua ovviamente sterile e
un insieme gassoso di idrogeno, ammoniaca e metano, cioè quello che si pensava
fosse l’atmosfera della terra primordiale. Come fonte di energia usarono
scariche elettriche da 60000 volts. Dopo pochi giorni Miller osservò che
l’acqua era diventata marrone, la analizzò e scoprì che in così poco tempo
erano stati prodotti differenti composti organici, tra cui anche vari
amminoacidi. Immaginatevi lo stupore e l’interesse generale quando questa
notizia venne divulgata. I risultati dell’esperimento vennero pubblicati nel 1953
sulle principali riviste scientifiche e l’articolo fu firmato solo da Miller in
quanto Urey volle lasciargli tutto l’onore della scoperta. L’esperimento di
Miller pose le basi della chimica prebiotica.
In realtà la composizione che utilizzò per
ricreare l’atmosfera primordiale non era corretta, in quanto è molto più
probabile che quando comparse la vita sulla terra l’atmosfera fosse più ricca
di anidride carbonica; ma se Miller avesse fatto i suoi esperimenti con
un’atmosfera più realistica, non avrebbe trovato niente di interessante, in
quanto i mezzi analitici a sua disposizione in quel periodo non erano
abbastanza sensibili; avrebbe quindi cambiato il tema della sua tesi e lo
studio della chimica prebiotica sarebbe stata ritardata di chissà quanto tempo.
Invece da quel momento in poi vennero fatti moltissimi esperimenti di
simulazione delle condizioni della terra primordiale.
Oggi sappiamo che composti velenosi come
l’acido cianidrico HCN e la formaldeide HCOH potrebbero essere stati dei
composti essenziali per la comparsa della vita sulla terra oltre ovviamente a
quella straordinaria molecola che è l’acqua.
Concludo questa prima parte con una citazione dal libro “l’origine della
vita sulla terra” di Juan Antonio Aguilera che scrive: …con quello che abbiamo
appreso sappiamo meglio da dove veniamo…e chi siamo: una formidabile chimera
molecolare frutto di ibridazioni tra i più umili antenati, un mosaico e un
palinsesto che conserva memoria di innumerevoli ricombinazioni e scambi,
cooperazioni e conflitti, di una storia che ci imparenta con tutti gli esseri
viventi e ci riporta senza soluzione di continuità a un antenato comune, e,
ancora più in là all’acqua, al cianuro, alla formalina, allo zolfo… a una Terra
dove non si poteva respirare, costantemente bombardata dallo spazio.
Carlo Buscemi










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