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L'ASTRONOMIA NELL'ARTE - Il cielo affrescato nella Sala del Mappamondo di Palazzo Farnese a Caprarola (VT)

 Nella pittoresca cittadina di Caprarola, in provincia di Viterbo, si trova un imponente palazzo manierista, fatto costruire nel XVI secolo dalla potente famiglia dei Farnese. Concepito inizialmente dal cardinale Alessandro Farnese il Vecchio come una fortezza, assetto tutt'ora riscontrabile nella massiccia pianta pentagonale dotata di bastioni, la struttura fu tuttavia completata con caratteristiche meno “bellicose” dal nipote Alessandro Farnese il Giovane, anch'egli cardinale.

Il monumento ospita opere d'arte di primaria importanza, quali la Scala Regia o la Sala dei Fasti Farnesiani, ma è famoso per un ambiente in particolare: la Sala del Mappamondo. Come si può dedurre dal nome, questo salone presenta sulle proprie pareti affreschi che riproducono i continenti in base alle conoscenze dell'epoca (siamo negli anni settanta del Cinquecento), magnifici sia nella precisione quanto nella bellezza della realizzazione. Nondimeno, è l'opera che si trova sulla volta della sala a lasciare a bocca aperta: una riproduzione completa delle costellazioni, personificate secondo il gusto dell'epoca ma in modo scientificamente preciso, della quale questo articolo tratterà.

Vista della Sala del Mappamondo; foto dell'autore

Di sicuro sappiamo la data della realizzazione di questo dipinto: in base ai documenti e alle lettere giunte fino a noi, si sta parlando di un periodo compreso tra il novembre 1573 e il dicembre 1575. Confusione totale regna invece in merito all'autore: sono state avanzate varie ipotesi ma, dalle fonti, le informazioni sono notevolmente contraddittorie. Con certezza sappiamo che il committente e mecenate fu Alessandro Farnese il Giovane, creato cardinale all'età di quattordici anni dal nonno, Papa Paolo III (anch'egli, al secolo, Alessandro Farnese), il 18 dicembre 1534, data che di fatto rappresentò l'inizio del prestigio di quest'uomo, e che tornerà utile per capire un dettaglio fondamentale dell'affresco.

Realizzare un'opera del genere è certamente complesso, anche a causa del problema della proiezione di una superficie sferica (quella cioè che può schematizzare la volta stellata) su una superficie piana – il soffitto di questa sala è costituita da un piano che interseca una volta a padiglione, soluzione che prende il curioso nome di “volta a schifo” [1]. In particolare qui è stata utilizzata una doppia proiezione, cilindrica e stereografica, che da una parte dà un aspetto più naturale alla rappresentazione, ma in alcune zone dell'affresco, specialmente vicino ai poli, il rigore scientifico è venuto meno, quindi l'autore ha optato per soluzioni più squisitamente artistiche per rendere gradevole l'intera opera.

L'affresco sulla volta della Sala del Mappamondo, Palazzo Farnese a Caprarola (VT); credit progettostoriadellarte.it
Ciononostante il dipinto ha una struttura ben riconoscibile: il sistema di riferimento è quello delle coordinate equatoriali, e non quelle eclittiche come spesso accadeva all'epoca, espediente che dà maggiore realisticità con quanto effettivamente si osserva in cielo – le costellazioni zodiacali sono poste lungo una sinusoide anziché lungo una linea dritta nel caso della rappresentazione a coordinate eclittiche. L'affresco è centrato sul Solstizio d'Inverno affinché esso sia ben simmetrico e soprattutto, probabilmente, per celebrare un momento dell'anno importante per Farnese il Giovane, quando come scritto sopra fu creato cardinale; tale scelta tuttavia penalizza la rappresentazione del Solstizio d'Estate, come si evince dalla costellazione dei Gemelli, che compaiono ad entrambi gli estremi dell'opera. Sono inoltre ben riconoscibili tre linee dorate parallele, che corrono per l'intera lunghezza della sala: la proiezione dei due Tropici con l'Equatore Celeste esattamente al centro tra loro, che divide l'affresco in due parti uguali nel senso della larghezza dell'ambiente. Sempre tra i due Tropici si snoda come una linea sinusoidale l'Eclittica, intersecando l'Equatore Celeste in corrispondenza dei due Equinozi – nel “punto gamma” o “punto d'Ariete” all'Equinozio di Primavera boreale, e nel “punto omega” o “punto della Bilancia” all'Equinozio d'Autunno. Questi punti sono ben visibili e perfettamente simmetrici a motivo della centratura dell'affresco sul Solstizio d'Inverno, e sono attraversati anche dal Corulo Equinoziale, ossia il cerchio meridiano che sulla sfera celeste passa dai due poli e in questo caso dai punti equinoziali; per la particolare proiezione adottata dall'autore, questo corulo assume la forma di una circonferenza, centrata sull'Equatore Celeste nel punto del Solstizio d'Inverno e di diametro pari al lato minore della sala. L'altro Corulo, vale a dire quello Solstiziale e quindi, sulla sfera celeste, perpendicolare al precedente, per la particolare rappresentazione si trova ai lati dell'affresco e riprodotto come due semicirconferenze. Da notare inoltre che est e ovest sono scambiati, come se stessimo osservando il cielo dall'esterno, o se questo fosse rappresentato su un apposito mappamondo.

Per quanto riguarda le costellazioni, l'affresco ne riproduce 50: alle 48 tolemaiche, presenti quindi nella più importante opera dell'astronomo alessandrino Claudio Tolomeo, l'Almagesto (II sec. a.C.), tutt'oggi esistenti, si affiancano altre due costellazioni. La prima raffigura Antinoo, bellissimo amante dell'imperatore Adriano; morì tragicamente e per questo fu deificato e gli furono tributate numerose raffigurazioni, in particolare statue, ma anche un'apposita costellazione che nel Rinascimento ebbe molta fortuna, a causa del ritrovato grande interesse delle opere del mondo classico. Tale costellazione, che si trovava tra il Sagittario e l'Aquila dove oggi è posto lo Scudo, resistette nei secoli, fino ad essere definitivamente cancellata, insieme ad altre, dal congresso dell'Unione Astronomica Internazionale del 1922. L'altra è la costellazione dei Cani da Caccia, che rappresenta un intrigante mistero in quanto la loro introduzione ufficiale è da attribuirsi all'astronomo polacco Johannes Hevelius nel 1687, pertanto oltre un secolo dopo alla realizzazione dell'affresco, che scelse stelle ben precise per contraddistinguere questa costellazione. In realtà l'idea dei Cani da Caccia come rappresentazione celeste era presente già nel Medioevo, senza che ad essi fosse però attribuita alcuna stella, come del resto fece l'astronomo tedesco Pietro Apiano nel 1533 e al cui lavoro, evidentemente, l'artista autore del dipinto si rifece.

Tra le costellazioni tolemaiche è da evidenziare la Nave Argo, che per estensione era di gran lunga la più grande come si evince dallo stesso affresco, oggi suddivisa in Poppa, Vela, Carena e Bussola.

Tre dettagli dell'affresco a sx, in alto, la zona di Antinoo (al centro); a sx, in basso, la zona delle Orse con i Cani da Caccia; a dx, la Nave Argo e la zona del Leone; foto dell'autore

Menzione speciale per la Via Lattea, che è rappresentata in modo molto realistico come un nastro fumoso che attraversa in modo sinuoso l'intero dipinto, e che si biforca tra il Cigno e il Sagittario esattamente come appare nel cielo estivo a causa della presenza di massicce nubi di polveri poste tra noi e il fondo stellato. Tenendo fede alla mitologia, la Via Lattea sembra sgorgare dalla costellazione dell'Altare, che fu “inventato” da Zeus per compiere il primo sacrificio in occasione dell'epica battaglia con il padre Crono.

La zona del cielo invernale Andromeda, Triangolo, Perseo, Auriga, Pesci, Ariete, Toro, Orione; foto dell'autore
Per quanto riguarda i poli, possiamo fare due interessanti considerazioni. Innanzitutto l'artista ha voluto scegliere di contenere la deformazione che la proiezione avrebbe causato, cosa evidente specialmente col polo boreale dove le costellazioni rimangono della medesima scala delle altre, ma più distanziate. Tra l'altro, a testimonianza dell'accuratezza scientifica dell'opera, la stella polare (punta della coda dell'Orsa Minore) è abbastanza lontana dal polo nord celeste rispetto a quanto non sia oggi, come del resto sarebbe dovuta apparire al tempo a motivo dell'azione della precessione degli equinozi in cinque secoli. Altra evidente criticità nel realizzare questo affresco consisteva nell'impossibilità nel rappresentare le costellazioni circumpolari dell'emisfero sud, problema con il quale si misurò anche Tolomeo che, osservando da Alessandria d'Egitto posta a 32° di latitudine, non poteva vedere le costellazioni con declinazione superiore a 58° sud. Tale criticità è stata parzialmente risolta andando a raffigurare la caduta di Fetonte nel fiume Eridano: il mito narra che il figlio del dio Apollo chiese al padre di poter guidare il carro del Sole; ottenuto tale privilegio si dimostrò incapace, e soverchiato dall'impeto della quadriga rischiò di bruciare la Terra. Per salvare la situazione Zeus lo colpì con una folgore – scena anch'essa rappresentata nell'affresco, nell'angolo opposto all'ambientazione di Fetonte – e il giovane cadde rovinosamente nel fiume.

Concludo sottolineando ancora una volta la magnificenza non solo della Sala del Mappamondo ma dell'intero Palazzo Farnese, che merita di essere visitato per goderlo in prima persona; siamo fortunati a vivere in un Paese che trabocca di opere d'arte, alcune delle quali, come in questo caso, che prendono spunto dall'Astronomia.

Bibliografia.

[1] https://www.progettostoriadellarte.it/2021/02/03/la-sala-del-mappamondo-a-palazzo-farnese/

In generale per la stesura di questo articolo: “La volta celeste della sala del Mappamondo nel palazzo Farnese di Caprarola”, Paolo Colona, Marcella Fioravanti.

Stefano Caverni

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