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SEZIONE MITOLOGIA - Leggende del cielo: la costellazione del Leone

“Ogni sera, mentre il Sole discende

nel suo nascondiglio notturno,

le stelle emergono come spiriti magici”

Bentornati cari lettori nell’angolo dedicato ai racconti ancestrali del cielo, a metà tra le leggende narrate dagli antichi ed il mito. Storie che venivano tramandate ai più giovani secondo la tradizione orale seduti intorno al fuoco e, visto che ancora in queste sere la temperatura lo permette, sedetevi anche voi davanti ad un camino acceso (per chi ne ha la possibilità) una buona tazza di thè e…naturalmente questa nuova avventura da leggere. Questa volta vi parlerò di quell’animale che dimora nel cielo al quale è stato spesso attribuito un significato regale, oltre che simbolo di potenza e giustizia, ma leggendo la mitologia a lui legata, non è proprio così. Si tratta del Leone. Certamente dobbiamo riconoscere il fatto che, essendo una costellazione zodiacale, fu una tra le prime ad essere riconosciuta: i Babilonesi lo identificavano addirittura con il sole, visto che in quell’epoca in questa costellazione avveniva il solstizio d’estate ed ancora oggi si identificano quei giorni ad agosto con il termine “solleone”. Per gli Egizi la sua apparizione era collegata alla piena del fiume Nilo, tanto che usavano ornare con protomi leonine le porte dei loro canali. Anche gli architetti greci e romani fecero propria questa usanza ponendo teste di leone a distribuire l’acqua delle fontane.

Il leone rappresentato in cielo è il feroce Leone di Nemea (antica città greca nella regione dell’Argolide), la cui uccisione fu una delle dodici fatiche affrontate da Ercole, la prima per la precisione. Il suddetto leone, cresciuto dalla dea Era, fu inviato da questa nella città di Nemea per fare stragi di uomini e greggi. C’è chi invece sostiene che il leone fosse figlio del mostro Tifone, ma qualunque siano le sue origini, era considerato da tutti un flagello.

Viveva in una caverna dalla quale usciva per andare ad uccidere gli abitanti della città e le greggi, rendendo impossibile la vita in quei luoghi; si dice anche che rapisse le donne per attirare i guerrieri dalle città vicine che, una volta arrivati in soccorso alle poverette tenute prigioniere nel suo covo, venivano brutalmente uccisi. Nessuno aveva potere su di lui, era invincibile, la sua pelle come una corazza che nessun’arma poteva scalfire. Quando Ercole, ricevuto l’incarico di sconfiggere la bestia, si recò nella città vicina di Molorco, incontrò un contadino il cui figlio era stato ucciso dalla belva e costui gli svelò il segreto della sua invincibilità: doveva con la sua forza sollevarlo da terra e solo in quel momento sarebbe stato vulnerabile. Giunto a Nemea ne seguì le tracce nei boschi per prenderlo di sorpresa, ma una volta lanciatogli contro tre frecce e una spada, fu egli stesso colto di sorpresa dall’invulnerabilità del grande felino la cui pelle neanche subì un graffio.


D’impulso e preso dalla rabbia di chi si sente impotente di fronte ad eventi quasi soprannaturali, si lanciò verso di lui a mani nude, solo con l’armatura a protezione degli organi vitali (un Rambo dei giorni nostri). Durante il feroce combattimento il nostro eroe perse un dito e anche l’armatura andò distrutta, stretta nelle voraci fauci assetate di sangue.

Comunque, riuscì ad afferrare la belva per la criniera costringendolo a chinarsi in segno di resa e, stordendolo con un colpo di mazza, lo sollevò da terra e lo strangolò. Riguardo alla fine dell’animale, ci sono due versioni: in una si dice che Ercole, una volta ucciso il leone, gli strappò la pelle usando gli stessi artigli della bestia e se la mise addosso divenendo anche lui invincibile ( e qui più che Rambo mi viene in mente Attila); secondo l’altra versione Ercole trasportò il leone ucciso sulle sue spalle come un trofeo fino alla città di Micene al cospetto del re, Euristeo (colui che gli ordinò per conto di Era di compiere le dodici fatiche), ma lui gli ordinò di riportarlo indietro, terrorizzato alla vista di questa belva, seppur ormai morta.  Capita spesso che guardando alcune mappe stellari che riportano le figure delle costellazioni, si veda Ercole con la pelle del leone di Nemea in mano o sulle spalle come un mantello e la testa usata come copricapo. Probabilmente Zeus patteggiava per il felino, suo figlioccio, visto che dopo la morte lo pose in cielo a rappresentare la costellazione zodiacale del leone rendendo questa la più luminosa del cielo.

Oltre a questo mito, ne esiste anche un altro, raccontato da Ovidio nelle “Metamorfosi”: una storia d’amore che ci ricorda un po’ la famosa opera di Shakespeare “Romeo e Giulietta”, chissà se il drammaturgo aveva preso ispirazione da qui!

È la storia di Piramo e Tisbe, due giovani innamorati le cui famiglie erano in contrasto l’una con l’altra. Per poter parlare avevano creato un buco nel muro che era posto a confine delle loro dimore. Esasperati da questa situazione, pensarono di fuggire lontano, dove l’odio delle due famiglie non potesse raggiungerli e, finalmente, avere la possibilità di amarsi liberamente alla luce del sole. I due si dettero appuntamento sotto un albero di gelso, Tisbe, a differenza delle donne dei nostri tempi, arrivò per prima, ma ahimè ad aspettarla c’era un leone. Alla vista del gigantesco felino, la ragazza si mise a correre più veloce che poteva e, se in una situazione realistica non sarebbe mai sopravvissuta, miracolosamente riuscì a salvarsi.

Sfortunatamente però, durante la fuga la ragazza perse il suo velo che fu preso nelle fauci del leone e sporcato dal sangue di una persona che precedentemente aveva ucciso. Quando Piramo arrivò, riconobbe per terra il velo dell’amata intriso di sangue e preso dalla disperazione e dal rimorso per essere stato incapace di proteggerla, si uccise con una spada. Sopraggiunse Tisbe che trovò l’amato in fin di vita e non potendo far nulla per salvarlo, accolse il suo corpo esanime tra le sue braccia. Dopo il brevissimo tempo che può occorrere per un ultimo bacio, spirò. La fanciulla allora, non potendo pensare ad una vita senza il suo Piramo, con decisione prese in mano la spada ancora sporca di sangue e si uccise. I due amanti morirono insieme, chissà se ebbero una sorte migliore nel regno dell’Ade, chissà se il loro amore fece ricongiungere le loro anime facendoli vivere ancora nella luce dell’amore eterno.

Quello che è certo è che il loro sangue tinse i candidi frutti del gelso che da bianchi divennero rossi, come lo sono ancora oggi, rossi come il sangue dei due innamorati uccisi dall’odio delle loro famiglie. Il leone fu catturato e sacrificato a Zeus che volle porlo in cielo a ricordare a tutti i genitori di non ostacolare l’amore dei loro figli.

Potremmo definire questo racconto dal finale triste una “favola” non per indicare, come spesso erroneamente avviene, una novella, ma una storia che si conclude con un insegnamento di saggezza pratica.

Augurandomi che vorrete far propria questa “pillola di saggezza” …vi aspetto alla prossima costellazione. 


Silvia Fiumalbi

 

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